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martedì 12 dicembre 2017

Chi ci ha traditi (ancora sul Made in Italy)

 Giulia ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Made in Italy": 

Ho riflettuto molto sul dibattito Gulli-Brazzale-Ciccola [Pozzi, NdR]. Lavoro nell'alimentare, il tema mi è caro.

Ho l'impressione che Gulli e Brazzale abbiano una concezione diversa di Made in Italy. Mentre per Gulli l'espressione sembra avere un'accezione oserei dire filosofica, in quanto riferita allo stile di vita che noi italiani abbiamo creato e che riusciamo a infondere anche in un bullone, Brazzale mi è sembrato più pragmatico, sicuramente più cinico, meno "simpatico". Ma entrambi amano il nostro Paese e sanno che la moneta unica ci ha danneggiati; solo che, nel tentativo di preservare il nostro patrimonio culturale ed industriale, hanno fatto scelte diverse. Ho letto molte critiche a Brazzale. Ammetto che sentir parlare di Made in Italy come di un intralcio lì per lì mi ha infastidita. Poi ho riflettuto sul fatto che Brazzale, a differenza di altri, ha saputo sfruttare una situazione svantaggiosa per mantenere stabilimenti e lavoro in Italia. Non è una decisione scontata. 

Parlo di alimentare perché è il settore che conosco. Ad oggi, apporre la dicitura Made in Italy su un prodotto significa poter dimostrare di produrre e trasformare delle materie prime secondo i dettami de Leuropa. Leuropa ci dice che per poter essere definito Made in Italy, un prodotto deve essere composto o da materie prime interamente ottenute sul territorio nazionale, o sufficientemente trasformate da poter vantare origine italiana. E qui le cose si complicano, perché le regole sembrano scritte apposta per colpire le nostre produzioni. Ne consegue che se per definire Made in Italy un pacco di pasta ho bisogno di una trasformazione sufficiente, e la regola Leuropea stabilisce che tale trasformazione è garantita da un "salto" di codice doganale (che tradotto significa che se il grano che utilizzo come materia prima per la pasta ha una classificazione doganale diversa dalla pasta come prodotto finito, soddisfo il requisito e posso definire Made in Italy il mio prodotto), io produttore, strangolato da cambio fisso ed altri problemi, per tenere aperta la baracca compro il grano che più mi conviene comprare, perché in ogni caso la regola la rispetto e forse riesco a pagare i miei dipendenti. Ovviamente queste stesse regole finiscono, alla lunga, per affossare le produzioni nazionali, favorendo l'infiltrazione di semilavorati esteri e portando tante aziende a chiudere o a vendere. Che pacchia, per i nostri fratelli nordeuropei! 

Un secondo problema si pone quando il consumatore scopre che nella pasta che compra a 0,80€ e che ritiene essere italiana c'è il grano canadese trattato col glifosato. S'incazza e dice "ma come!? io compro il marchio X pensando di mangiare italiano, poi scopro che Tizio mi fa pagare 0,80€ usando grano straniero, quando al discount dietro l'angolo con 0,40€ mi compro la pasta di sottomarca fatta comunque con grano straniero. Sai che c'è?". C'è che la pasta prodotta da Tizio, che si barcamena tra regole insensate per lui, ma sensate per i concorrenti, rimane sullo scaffale. 

Quindi, quando Brazzale parla di intralci ho la netta impressione che si riferisca alla possibilità che le regole per il conferimento della dicitura Made in Italy divengano più restrittive (come vorrebbero i consumatori); quando in realtà, ad oggi, sono quelle stesse già pessime regole a consentire NEL BREVE TERMINE ad un'azienda trasformatrice di restare a galla. E ha ragione Gulli, quando dice che le stesse regole sono fatte per colpire al cuore i nostri produttori di materie prime minando così la nostra capacità di produzione, che poi vorrebbe appunto dire posti di lavoro in più, parecchie terre incolte in meno e più sicurezza per il cittadino. 

Il problema, alla fine, è sempre il solito: chi ci ha traditi. 
Da parte mia, cerco di fare scelte che aiutino le nostre aziende e i nostri concittadini. Posso solo rispondere all'appello del sig. Gulli ed invitare chi conosco a fare altrettanto. 



(...Giulia ha riflettuto molto e in effetti si vede. Se fosse sempre così, io sarei inutile. Ma purtroppo è andata in un altro modo...)


lunedì 11 dicembre 2017

Il dividendo dell'euro reloaded

(...questa email mi ha dato un potente urto di nervi, per diversi motivi. Siete in grado di elencarne almeno due, e di rispondere alla domanda del mio lettore? Se non ci riuscite, gli urti diventeranno tre, ma accetto il rischio...)


Caro prof. Bagnai,

c'e' un mio collega (importuno...) tedesco, che quando parliamo di euro, incomincia con il bordone, "eh ma avete avuto i tassi bassi per 10 anni, e con quelli siete andati bene, che senno' il debito pubblico esplodeva".

Ho terminato di leggere il suo libro "Il tramonto dell'euro", e quindi ho abbastanza ben presente che il problema per l'Italia e' un problema di debito privato, e non debito pubblico. Peraltro pero' e' anche vera l'obiezione del teutonico, che effettivamente con tassi bassi non si pagano tanti interessi sul debito pubblico.

Come si puo' efficacemente rispondere a questa obiezione?
 
PS come vede, mi cimento a dibattere con gente di un certo calibro, coi fans del PD neanche mi ci metto, li' basta veramente l'abbicci' di goofynomics...



(...lo so, sono troppo nervoso. Però ho trovato una soluzione costruttiva: voi vi esercitate, e il gentile amico che pensa che io sia a sua disposizione forse troverà risposta. Omne punctum tulit...)

Made in Italy

(...da un manager che ha lavorato per tante aziende italiane ricevo un contributo che risponde alla provocazione di Brazzale. Quest'ultima ha particolarmente colpito la fantasia di molti di voi, soprattutto di quelli sempre disposti a caricare a testa bassa, con ottusa ferocia, il nemico di turno, magari senza averne nemmeno letto il nome, o senza aver verificato se le parole attribuite a X siano di X o di Y. Ora, io torno a ribadire due concetti, che sono i pilastri del nostro rapporto, due pilastri credo solidi, visto che questa comunità, pur con momenti di stress, di crisi, di tensione fra me e voi, e fra voi e voi, comunque cresce, e comunque continua a promuovere dibattiti che attirano eccellenze - e questo ne è un esempio. I due concetti sono:

1) io capisco la vostra rabbia. La capisco perché ho gli strumenti macroeconomici per capirla (banalmente, io so e ho enfatizzato prima di tanti altri che questa è la crisi più grave nella storia dell'Italia unita: non è quindi strano che siate un po' nervosetti), la capisco perché ho gli strumenti umani per capirla (banalmente, sono dalla parte degli sconfitti anch'io: sono nella seconda classe del Titanic, e anche se molti di voi sono in terza classe, io capisco, a differenza degli altri, che la nave sta affondando e che non ci sono scialuppe), la capisco perché ho gli strumenti culturali per capirla, come del resto molti di voi (sappiamo che quanto sta accadendo è un film già visto, la ripetizione di una trama che tante opere d'arte hanno consegnato alla nostra cultura, e in effetti il problema principale del nostro interlocutore, cioè del piddino, è appunto quello di essere pseudocolto, che poi vuol dire, per fare un esempio, non leggere Furore, ma estasarsi alla lettura superficiale e ideologica che Baricco dà di questa opera - e questo è solo un esempio fra i tanti). Quindi vi capisco, ma se ho cominciato questo lavoro è proprio per aiutarvi a canalizzare la vostra rabbia in qualcosa di produttivo, per esortarvi a indirizzare questa energia verso un percorso di conoscenza, e non verso sterili battibecchi o attacchi ad personam che vi fanno sistematicamente passare dalla parte del torto nella vostra vita di tutti i giorni, e in particolare sui social, cosa particolarmente controproducente ora che i social sono oggetto di una campagna di normalizzazione, o verso una demonizzazione dell'avversario che portandovi ad abolire le sue ragioni vi priva di prospettive analitiche. Lenin vedeva gli aspetti positivi del capitalismo. Bongano, o similare, invece non rinunciano alla propria integrità ideologica -dispensando così i posteri dal grato compito di interessarsi alla loro biografia...

2) io ho un'unica arma a disposizione, la mia credibilità, e un pezzo della mia credibilità è il mio rifiuto di compiacervi. Vi sto dicendo questa cosa qui. Mantengo il diritto di segnalarvi il mio disaccordo da certe posizioni, di non tornare a ripetere nel 2017 cose che erano già banali nel 2011, di scegliere con chi credo sia interessante - per me e per gli altri - discutere e con chi invece sia sterile, e di non seguirvi in certe intuizioni che ritengo strategicamente errate. Voi, del resto, avete il pieno e totale diritto di non prestarmi più attenzione, e di smettere di sostenermi. Come ogni decisione, anche questa ha lati positivi e negativi per tutte le parti coinvolte. L'importante è essere liberi. Il mio rifiuto di compiacervi è, per chi può capirlo, la principale garanzia del fatto che non sto cercando di manipolarvi, cioè che rispetto la vostra libertà. Non mi interessa essere ruffiano con voi: mi interessa provocarvi, e accettare le vostre provocazioni. Siamo cresciuti così, e così continueremo a crescere. Ho avuto la sensazione che alcuni mi rimproverassero di non aver invitato interlocutori "ideologicamente corretti" al convegno annuale. Alcuni, anzi, lo hanno proprio fatto. Ecco: vorrei dimenticare questa caduta di stile. Sono gli altri a rifiutare il confronto, non noi, e mi dispiace non potervi compiacere in questa vostra sete di vendetta e di annientamento di chi individuate come avversario (sentimento che pure capisco: vedi al punto uno).

Detto questo, io sono abbastanza stupito, come dicevo, del fatto che di un convegno del quale sono state dette tante cose molto pesanti in termini di teoria e qui di di prassi economica, alla fine l'unica che vi ha veramente colpito sia il dibattito fra tre imprenditori e un docente di economia industriale, anche considerando il fatto che, se li conosco un po', forse i tre imprenditori sono meno distanti di quanto uno di loro, con una provocazione che i fatti provano essere feconda, ha cercato di enfatizzare. Tuttavia, sono anche lieto che in questa storia ci sia qualcosa che riesce a stupirmi, e quindi qui di seguito vi propongo il contributo di un altro dei partecipanti al dibattito, Vito Gulli...)
 



Ciao a tutti,
Da ieri sera sono in giro per l' Italia per un torneo di calcio del mio bimbo. Tra una partita e l'altra (😱5 😱) ho Tw e Rtw, ma sempre soffocando (nella sintesi di 1 Tw) la voglia di approfondire l'amato tema, sul blog del ns. Prof (👏👏...Lui...seppur in giro per l'Europa per ben più importanti interventi, trova il tempo, Uga permettendo, di moderarci, risponderci, e sempre istruirci...)
Io ci provo ora, sulla via del ritorno a casa, stanco e contento, mio "portierino" permettendo, (...dorme lui, più stanco e più contento).

Innanzitutto faccio i miei complimenti a Roberto per le sue scelte da imprenditore.
Ha creato, di sicuro, un ottimo business, ha fatto il bene della sua azienda, ha addirittura costruito una case-history 👏 di cui molto ancora si parlerà: Gran Moravia, campione di sostenibilità e trasparenza.
E ancor più per quanto e come si è "battuto" su Tw con risposte tecniche sempre puntuali e, (per come mi par capire sia il suo carattere...) sempre un po'....provocatorie...👏

Ma io...non ci casco...

Mai detto, Mai direi, e Mai dirò, che la scelta/preferenza per un prodotto italiano, da parte di un italiano (!!), debba essere fatta per qualità e/o sicurezza.

Sebbene sia fortemente convinto che il ns sistema di controlli sia il più efficace in Eu, e che la qualità dei ns prodotti (alimentari e non) sia quasi sempre la migliore, lascio ai consumatori "esteri" queste ragioni.

È ben altra la ragione per la quale mi batto da 30 anni per il Made in Italy: il Lavoro! Nella nostra Terra, per le nostre Tribù. Per tutti noi, anche per chi il lavoro ce lo ha ancora, senza rendersi conto però, che lo perderà se continuiamo così..

Non mi stancherò mai di insistere nel tentare di far capire a quanti io possa, quanto ciò sia vitale per tutti noi.

Proprio perché stiamo subendo le disastrose conseguenze di una trentennale politica priva di visione, 
senza strategie, orfana del Costituzionale dovuto rispetto per chi suda. Prima incapace di capire in che guaio ci si stava ficcando (€😱), poi incapace di aprire occhi&cervelli 😳🦊, di fare mea culpa 😇, e pianificare le dovute correzioni (£👍). Ovviamente non parlo dell'appena perduta fase finale dei mondiali di calcio, bensì della sovranità monetaria, e di quel minimo di politica monetaria che ormai da troppo tempo ci manca, e senza la quale le "cose" non possono andare (tornare) al loro posto..
Bene, sapete cosa ho il coraggio di dire? E datemi pure del commmbbblottista finché vorrete... ma io sono fermamente convinto che alla radice di questo attacco alla ns. democrazia, di questo inno alla concentrazione dei più forti, di questo delirio dell'alta finanza incapace di creare ricchezza vera, ci sia proprio la "bramosia" delle grandi aziende internazionali nei confronti delle tante aziende italiane con le quali hanno dovuto per anni competere, quasi sempre con insuccesso.

Proprio il Made in Italy è il "loro" obiettivo primario.

Chi non capisce quanto sia facile venderlo nel mondo???

Nei miei ultimi 30 anni di esperienze nazionali e internazionali, di vita imprenditoriale, di associazionismo, li ho visti, sentiti, combattuti....e mi pare di risentirli.....:

" Via, all'attacco della miriade di medio piccole aziende italiane. Addosso ai diritti di quei lavoratori. Impediamogli quella variabilità del Cambio che tante volte ci ha disturbato. Costringiamo quel folcloristico paesucolo con retaggi socialisti ad abbassare i salari. Obblighiamoli a destrutturare il loro arcaico welfare. Attanagliamo quei pigmei di imprenditori..."

E da qui...la storia è quella che tutti sappiamo...

Il piano prevedeVA (speriamo la coniugazione sia quella giusta..) di far man bassa dei ns marchi, con pochi spiccioli. Nel frattempo usare le loro lobbies per far modificare qualche legge (ved. Prodotto Dove?), per poi produrre "usando schiavi", là dove meno costassero, e infine... Vendere una falsa italianità nel mondo.😱😡

Quale americano, giapponese, persino italiano, avrebbe potuto capire che, di una pasta Barilla fatta a ...chissà dove (??), la scritta sulla confezione: Barilla, via Parma 1, Parma. Italia,...fosse solo la sede legale..??😪
 
Ma almeno questo lo abbiamo, spero per ora, evitato. E mi prendo gran parte del merito. 👏 di aver concorso alla bocciatura del recepimento della normativa voluta dalle Lobbies, pardon, da Leuropa..
Quindi, oggi, in attesa che il ns. Prof giunga a...Palazzo.. e si ricominci a pianificare il nostro Ritorno al futuro, cosa possiamo fare? Difenderci! Come??  Zittti tutti! Stavate per darmi dell' autarchico 😱😱 NOOO! Solo un po' di buon senso.. Basterebbe che, almeno quelli che ne hanno un po' di più (💰), si adoperassero per tutti, non nel pagare occasionali patrimoniali, inutili e persino dannose, ma semplicemente prestando un po' più di attenzione alle proprie scelte, ai propri acquisti, ai propri consumi..

La mia solita tiritera ... se il 1º 20% degli italiani, che consuma il 1º 60% del tot.consumi, modificasse solo del ~ 10% il proprio mix fra consumi di prod.interna vs prod.esterna (~65% vs ~35%)..e il gioco è fatto!! Fate il conto di quanto aumenterebbe il Pil, quello vero, non quello dato alla ca...volo di cane? Sarebbero numeri da Cina.... e il Lavoro in 🇮🇹.. 👍

Buon senso, non arcaica autarchia. Come già fanno tedeschi e francesi, loro si scevri da complessi di esterofilia come molti di noi. I primi per nazionalismo, i secondi per sciovinismo, noi per il ns. storico paraculismo, pardon, pragmatismo!

Pensate alle automobili... in Germania si vedono solo auto tedesche. Certo, sono le migliori, le più belle, costano di più, ma il cambio le protegge. E in Francia?? Idem. Solo auto francesi. E se qualcuno volesse sostenere che le auto francesi siano le migliori sarebbe un para..dosso (con tante scuse a quelli che le hanno 😂).

Potremmo fare altri mille esempi di questo genere. Certo la Fiat / Fca con ciò che ha fatto negli ultimi 20 anni, non merita il ns supporto,... ma se in 🇮🇹 iniziasse un circolo virtuoso 🔁, per cui i ConsumATTori italiani, diventassero, con le loro scelte, i veri attori protagonisti della ripresa, e quindi premiassero i prodotti, prodotti qui, magari chissà...potrebbe essere la Mercedes o la Toyota a capire che volendo continuare a vendere qui, dovrebbero aprire una fabbrica qui. E il Lavoro in 🇮🇹.. 👍

Termino con una precisazione per chi pensasse che ho un qualche interesse nel dire ciò che dico: ho venduto tutte le azioni della società che ho costruito. Soddisfatto di averla costruita e altrettanto di averla ceduta (con la certezza che gli impianti resteranno qui..). Così, se nei miei primi 30 anni di impegno, potevo essere tacciato di conflitto di interesse, per i miei prossimi 30 di ulteriore impegno, me ne sono liberato.😂.

Ho qui trascurato il tema della sostenibilità, pur convinto sia un altro determinante fattore di scelta per i ConsumATTori consapevoli.

L'avesssi fatto il ns Prof. mi avrebbe censurato per prolissità (già così...)





(...emphasis added...)

(Si apra la discussione. A beneficio dei buoi che caricano a testa bassa, mi preme sottolineare un concetto un po' arduo ed astratto, che sintetizzerò così: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. 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Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi. Ovvero: siccome l'intervento è stato scritto da Vito Gulli, ne consegue che non è stato scritto da Roberto Brazzale, né da Alberto Bagnai, e che quindi le opinioni di Vito Gulli, essendo state espresse da Vito Gulli che è, per sua fortuna e sfortuna, se stesso, vanno attribuite e contestate a lui stesso medesimo, cioè a Vito Gulli, che non è né Alberto Bagnai, né Roberto Brazzale, né Paolo Rossi, né Mario Bianchi.
 
Sì, sono un pochino esasperato da certi atteggiamenti, ma mi abituerò... Ho speso una mattinata a metter su questo articolo, e mi dà un tantino al... fastidio (diciamo così) vedere che commentare, a voi, costa così poco. Non sono totalmente sicuro che sia giusto.
 
In altre parole, dite e fate quello che vi pare, da berciare "al rogo!" al lanciare il reggiseno sul palcoscenico, purché al rogo ci mettiate Vito - ha le spalle larghe - o il reggiseno lo tiriate a lui - che non ne ha bisogno.

Pigé?

Sono sicuro di non essere riuscito a farmi capire, ma va bene così: l'insegnamento è una missione impossibile e asimmetrica: la colpa è sempre e solo dell'insegnante. E io convivo così male con i miei pochi fallimenti...)

giovedì 7 dicembre 2017

Lettera aperta agli imprenditori

(...sto partendo per Praga dove, come vi ho detto a Montesilvano, interverrò a un seminario della CNB come keynote speaker, insieme a Wilfried Steinheuer. Perlerò del mio ultimo paper su Monetary integration vs. real disintegration, e posso presumere che non saremo d'accordissimo su tutto. Se interessa, qui ci sono le slide del mio intervento. Vale la pena di aggiungere che sono stato invitato da Mojmir Hampl, e che la possibilità di confrontarmi con interlocutori di questo livello e in sedi di questo tipo è in parte il risultato della mia adesione al Manifesto di solidarietà europea , la cui esistenza mi era stata segnalata da Claudio Borghi, e suscitò in passato tante sciocche polemiche - Bagnai libbberistaaaa! Hai traditooooooo! Non fai sul serioooooo! Pinochettianooooooo! Ve li ricordate questi cretini? Sono ancora fra noi, btw - e in parte il risultato dell'operazione egemonica che a/simmetrie sta conducendo. Insomma: merito anche vostro che lo scorso anno, col vostro sostegno, mi avete permesso di invitare Hampl al nostro convegno annuale. Ve lo ricordo perché so - e ricordo - le sciocche polemiche contro il direttore di banca centrale libberista, sul perché non lo avessi blastato, ecc. Allora: voglio chiarirvi una cosa: io voglio blastare la Merkel - o chi sarà al posto suo - e lo farò con voi o senza di voi - mi dispiace per chi se ne sarà andato nel frattempo. Ma questo non è un incontro di calcetto: è una partita a scacchi. Qualche pedone bisognerà pur sacrificarlo: bisognerà arretrare: non bisognerà aprire - da soli, in minoranza, senza l'appoggio dei media - troppi fronti, ecc. Insomma: lebbasi. Eppure c'è chi non le capisce, e mi scrive per insultarmi, per dirmi che "sono solo un economista, e che la scienza senza passione civile non serve a nulla, e che io devo..." Io devo? Che cazzo devo io? E chi cazzo sei tu per chiedermelo? Che fatica...)

(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)




Caro Roberto Brazzale,

permettimi di darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio- il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.

C’è una grande responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di fatturazione” stabili nel tempo.

Perché allora la platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che “organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo. Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte lo dimentichiamo.

Tutto quello che hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale, di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni cibi italiani.

Da italiano non puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non cogliere opportunità.

Esiste però un tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa, più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.

Ecco perché - ai miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto: grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)

Sono ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.

Il problema è che noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello), abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle sue specificità.

Io sono nato italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente- legati a questo Paese.

Di mestiere organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse, dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.

Forse i migliori di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi concentrici.

Alcune di queste riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.



(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)

(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)