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venerdì 26 agosto 2016

La legge della conservazione della notizzia (sic)

IL #MACHEDDAVERO DI QUALCUNO È SEMPRE IL #QED DI QUALCUN ALTRO



Come avrete visto, il Fatto Quotidiano dà notizia (in effetti, la notizia è uscita ieri sul cartaceo, ma mi è stata segnalata questa mattina da lettori dell'edizione online: tanto per ribadire che purtroppo i giornali "di carta" ormai li leggono giornalisti e politici) del fatto piuttosto ovvio che ci eravamo permessi di anticipare due giorni or sono, e che ieri aveva ricevuto autorevole conferma.

Traiamo da ciò un insegnamento, e un ammonimento.

L'insegnamento è il solito: basta un ripasso. L'intellettuale sa, perché osserva la struttura. La cronaca, poi, rampolla come foglia dal tronco della struttura. Se il tronco è di rovere, non darà foglie di banano. Punto.

(...lo si ricorda a beneficio degli uomini piccini, dei Serendippi e dei Pietri Yanez, cui occorrerà prima o poi rassegnarsi al fatto che il reale è razionale: se nessuno vi si fila è perché non ve lo meritate, dal momento che il vostro acrimonioso soffermarvi su dettagli irrilevanti per accreditarvi come esperti di materie che non comprendete vi rende sommamente ininteressanti...)

L'ammonimento non riguarda i bravi giornalisti del Fatto, cui Zingy ha riconosciuto indipendenza di giudizio (merce così rara!) e onestà intellettuale, ma i loro simpatici colleghi: quelli che volevano convincerci che il cambio non contasse (e si vede!), o addirittura che le rivalutazioni del cambio fossero espansive (e si vede!), o che la Spagna fosse un miracolo dell'austerità: insomma, tutti quelli che, privi di competenze specifiche, hanno accreditato come fatti delle loro opinioni puramente ideologiche. Ora, gentili amici dei media, siete costretti a cambiare orientamento, perché, come vi avevo anticipato, lo ha cambiato chi remunera il vostro lavoro e quindi legittimamente detta la linea editoriale degli organi sui quali vi esprimete. Linea editoriale che, come avevo altresì anticipato, sarebbe cambiata quando l'euro, come doveva accadere, da strumento di compressione dei salari di tutti i lavoratori europei, sarebbe diventato strumento di compressione dei profitti dei capitalisti della periferia europea (sì, insomma, di quei quattro bancarottieri cui per vostra sfortuna avete affidato il vostro destino... e in questo vi sono solidale, sinceramente, come lo sono con ogni lavoratore, compresi quelli alla compressione dei cui diritti avete molto spesso vigliaccamente plaudito).

Era inevitabile che ciò accadesse, e avevamo anticipato che ciò sarebbe accaduto attraverso la crisi bancaria, della quale qui parliamo dal 2011, quando voi ci snobbavate un po', sicuri del fatto che a voi non sarebbe mai toccato...

Gentili amici: sarebbe stato meglio se aveste cercato di dare spazio a voci alternative, di non conculcare e insultare chi portava fatti e risultati scientifici nel dibattito. Ne avreste guadagnato in credibilità, e non ci avreste costretti a giungere ad una amara e insidiosa conclusione, quella che la qualità dell'informazione è il principale problema della democrazia in Italia. Conclusione non solo amara, ma anche paradossale, perché se chi porta nel dibattito opinioni le presenta come fatti (regolarmente falsi), diventa difficile resistere alla conclusione che per salvare la democrazia occorrerà disciplinarla.

Ma come disciplinare la democrazia preservandola?

I presidi, in realtà, ci sarebbero, ma sono assenti. Il più illustre assente, va da sé, è l'organo di autogoverno: l'Ordine dei giornalisti, che ha assistito impassibile a cinque (e più) anni di menzogne (qui un classico esempio), rifiutandosi di prendere atto del semplice e incontrovertibile dato che un fatto non è un'opinione. Se dici che i tassi "schizzarono" - cosa che ogni tanto accade - ma il dato storico è che i tassi scesero, stai mentendo (per motivi che lo studio di Zingy lascia intuire), e quindi non stai proprio tenendo un comportamento del tutto conforme a quell'etica professionale che l'Ordine dovrebbe tutelare, nell'interesse di tutti i suoi iscritti. Non possiamo tuttavia biasimarne l'inerzia, perché così si sono comportate anche agenzie "indipendenti" (quali l'AGCOM, come ricorderete), sulle quali incombeva un più penetrante obbligo di intervento.

Bene, cari amici.

Da oggi in poi (in realtà, da dicembre scorso) quasi tutto quello che scriverete è già stato scritto qui, cinque anni fa. Tutti i vostri editoriali non saranno altro che una penosa caduta dal proverbiale pero, una imbarazzante ostentazione di candore e sorpresa, col contorno di qualche "io l'avevo detto" tanto spericolato quanto goffo.

Insomma: ogni vostro #macchedavero sarà un nostro #qed. È la legge della conservazione della notizzia. Perché le vostre sono notizzie. Per le notizie i lettori da tempo vengono qui, e il merito è vostro (e di questo vi ringrazio).

L'ammonimento, quindi, è più che altro un suggerimento: alla luce del fatto che il regime sta cambiando, fate almeno finta di essere intellettualmente onesti. Smettendo di alterare i fatti renderete un immenso servizio alla maturazione di una coscienza civile nel paese in un momento di grave tensione, dove i vostri messaggi populisti (l'euro come panacea, il mito irenico dell'Unione Europea) farebbero enormi danni. Non rischierete così di essere considerati come un ostacolo alla democrazia, ma anzi sarete, nei fatti, il principale motore del necessario rinnovamento della classe politica di questo paese. Negli ultimi decenni (che sarebbero quelle che voi chiamate decadi) avete più volte favorito il ricambio di questa classe politica con la storiella della corruzione, quella che si racconta in ogni rivoluzione colorata. Ma quanto è più rivoluzionaria (se pure meno colorata) la verità! Lo dice anche nostro Signore: la verità vi renderà liberi.

Ci siamo senz'altro capiti, e qualora non ci fossimo capiti, mi sembra evidente che alla legge della conservazione della notizzia non possa che applicarsi la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate.

Le vostre responsabilità sono oggettivamente enormi.

Pensateci.

Non è mai troppo tardi.

Buona fortuna.

giovedì 25 agosto 2016

QED 66: le asimmetrie europee

Come era prevedibile, il post precedente ha scatenato una cacofonia di querimonie e invettive da parte dei servi stolti di quel potere particolarmente ottuso che attualmente ci governa. Cose che capitano quando si toccano nervi scoperti. D'altra parte, i nostri amici euristi ormai sono ridotti come san Bartolomeo: diciamo che non stanno più nella propria pelle:


Ogni giorno il rasoio della SStoria scortica la cotenna delle loro menzogne, mettendo a nudo l'abominevole e caduca realtà del loro meraviglioso "Fogno", sicché, poverini, toccarli senza infastidirli è impresa improba.

Ci rinuncio, preferendo dare un altro colpo di misericordia ai nostri amici.

Pensate un po': la semplice idea espressa nel post precedente, ovvero che le asimmetrie strutturali del disegno europeo sono più "pervasive" (come direbbe un economista) di quanto si possa a prima vista percepire, e contaminano nei modi più subdoli e inattesi la "governance" (come direbbe un economista) di questa bella di nazioni famiglia e di vassalli, è stata confermata a strettissimo giro niente meno che da Armando Zambrano, presidente del CNI, che, come tutti sapete, è il Consiglio Nazionale degli Ingegneri.

Siccome le sue dichiarazioni sono politicamente sensibili, a futura memoria qui c'è il passo che ci interessa:


cortesemente enucleato e sottoposto alla mia attenzione su Twitter da Leo, che ringrazio perché è uno dei tanti che aiutano, fornendomi informazioni gustose come questa. Se interessa, l'originale, finché c'è, è qui.

Mi limito ad aggiungere che mentre non stento a credere che un problema sia percepito come marginale da chi non ce l'ha (vedi post precedente), non stento nemmeno a credere che l'ingegner Zambrano abbia una visione un po' oleografica dei "preziosi fondi europei". Di questo simpatico focolaio di sprechi, asimmetrie e corruzione si è occupato prima in modo divertente e istruttivo Mario Giordano, con il taglio giornalistico che gli è proprio (Non vale una lira), e poi, con dovizia di fonti e metodo scientifico, Romina Raponi (Finanziamenti comunitari), come qui avete saputo in anteprima (del resto, se qui non sapeste le cose prima, non saremmo giunti al sessantaseiesimo QED).


Sarebbe opportuno che chi, come l'ingegner Zambrano, ha avuto modo di sperimentare la sordità dei nostri partner, invece di farsi troppe illusioni sulla loro clemenza, riflettesse con mente pura su un concetto che è nella nostra cultura: quello di libertà, che è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta.



(...e ora spinna questa, Pietrino, spinnala bene...)

mercoledì 24 agosto 2016

Amatrice (dormitio virginis).

Uga: "Babbo, a me piace visitare i musei".

Io: "Va bene, allora ti ci porto".

Lancinato dal senso di colpa per aver trascurato er Palla (ma anche lei), chiedo a Marta uno spiraglio nell'agenda. Il 25 giugno siamo ai Musei Capitolini e all'entrata della Pinacoteca ci accoglie questo:


Colla-del-Amatrice-morte&as.jpg
Di Ricardo André Frantz (User:Tetraktys) - taken by Ricardo André Frantz, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2920226


Aiuto a situare: "Tu hai mai visto gente camminare sulle nuvole?"

Uga: "No."

Io: "Quindi non è completamente realistico, giusto? È simbolistico. Allora bisogna capire cosa vuole dirci. Devi ridurre il disegno all'essenziale. Sono due fasce. La struttura compositiva è a prova di piddino..."

Uga: "Cos'è un piddino?"

Io: "Niente, è una parolaccia, poi ti do un euro... Dicevo: la struttura è a prova di idiota: te la sottolinea con il fregio del muro, che separa nettamente le due fasce. Sotto c'è la Terra, e sopra il cielo. Sono due mondi separati. Sotto si soffre, si muore, ci si dispera - chi resta... Sopra si è sereni, leggeri, si ascolta la musica. Diciamo che questo quadro è una promessa. Vuoi vedere una cosa completamente diversa?"

Uga: "Sì?"

Ci spostiamo.




Io: "Ecco, anche qui ci sono cielo e Terra, ma non sono così separati: vedi, c'è una specie di scala, una spirale, in effetti ci sono due diagonali che li collegano. E il punto di partenza e quello di arrivo sono marcati con lo stesso colore: il blu. Questa struttura in diagonale ti fa capire che siamo più tardi, siamo nel '600".

E per voi che siete beati, e che quindi capite le cose difficili, ma non quelle semplici, aggiungo un altro disegnino:


Anche questo bel dipinto, come quello di Cola dell'Amatrice, è diviso in due fasce. C'è una fascia rossa, in basso, la nostra terra, dove si soffre, e dove il colore rosso indica un rischio sismico elevato (la fonte è questa e ci trovate tutte le spiegazioni). Poi c'è la fascia celeste, cioè, appunto, il Cielo, dove si vive sereni: il rischio sismico è quasi assente (tranne che dove costruiscono centrali nucleari).

E, naturalmente anche qui, come nel quadro di Cola dell'Amatrice, si presuppone che sia il Cielo a dettare legge alla Terra.

Solo che nel quadro di Cola dell'Amatrice in Cielo c'è Dio, che sa tutto (l'asintoto della conoscenza, ricordate?).

Nella carta qui sopra, invece, il Cielo è occupato da quattro burocrati belgi, ai quali non pare vero, provenendo da un passato di spietati colonizzatori, di poter essere oggi servi ossequiosi, colonizzati dalla potenza egemone, la Germania, i quali sanno solo quello che devono sapere: ovvero, che i nostri paesi vanno spremuti per tappare i buchi delle banche dei paesi egemoni. Quindi noi dobbiamo chiudere gli ospedali "piccoli", anziché renderli antisismici, perché si sa, gli ospedali piccoli sono poco efficienti, dobbiamo lasciare i territori in dissesto, perché, Dio ne guardi!, tappare buche è la metafora della spesa pubblica improduttiva (sarebbero le pillole di Keynes secondo chi ha preso il master a "ci defeco"...).

Insomma: nell'ultimo quadro, che non è simbolico, ma realistico, vediamo rappresentata plasticamente la realtà dell'asimmetria europea. Quattro avidi cialtroni in conflitto di interessi, i quali, abitando in pianure a basso rischio sismico, dettano legge e fanno la morale a 60 milioni di persone che vivono in un paese montagnoso ad alto rischio sismico, dicendogli quanto possono spendere e per cosa, senza capire che dove il rischio è alto, così dovrebbero essere le spese per prevenirlo, e che dove per andare dal punto A al punto B si deve attraversare una montagna forse è opportuno che certe strutture come gli ospedali siano più dense sul territorio (problema del quale abbiamo già parlato).

Fanno la morale, certo!

Perché sono sicuro che verrà fuori il cretino che ci dirà che le case sono crollate perché non le abbiamo adeguate alle regole europee, come "ci chiede l'Europa". Peccato che poi per adeguarle dobbiamo chiedere all'Europa i nostri soldi, e l'Europa questi soldi non ce li dà.

Non ce li dà perché non è l'Europa: è solo il sogno autoritario, distopico e interessato di un liberista, amico di un altro liberista, quello che fu fascista con Mussolini e presidente con la Repubblica.

L'Europa è un'altra cosa, ed è quasi tutta in Italia, come questo post implicitamente dimostra.

Difendiamola.

sabato 20 agosto 2016

DGP 2 (post ad personam): spettri e corbelli

Le domande si dividono in due: quelle di chi vuole sapere, e quelle di chi vuol far vedere di sapere. Normalmente le prime le pone chi già sa molto. La conoscenza, come sapete, ha un asintoto: Dio. Quindi tutto nessuno può saperlo. Ma conoscere dà dipendenza: chi sa veramente molto, normalmente vuole veramente sapere di più. Chi sa poco, invece, normalmente crede di sapere molto, e si sente in dovere di venire a romperti i corbelli con le sue certezze. Aiutano in questo processo, devastante per la maturazione culturale e quindi democratica della collettività, un paio di illusioni ottiche.

La prima è quella che porta a gerarchizzare i campi del sapere umano in funzione di una loro pretesa o percepita "difficoltà", ovviamente con l'idea che un sapere sia tanto più profondo quanto più difficile. Questa illusione contrasta con quanto chi sa abbastanza conosce della natura e dell'arte, dove in effetti il suggello della profondità è l'apparente semplicità, l'economicità del gesto (in particolare, di quello artistico). Una persona acculturata sa, o dopo un po' comunque apprende, che il sapere profondo sembra semplice. Per i superficiali il sapere profondo sarà sempre quello che sembra complicato.

La seconda, legittima, illusione ottica ha matrice egotista: ognuno di noi sa fare qualcosa, e molti la sanno anche fare bene. Da questo può discendere, in personalità non sufficientemente strutturate, la legittima illusione di saper fare tutto "meglio" degli altri. Ora, non è detto che le cose stiano sempre esattamente così. Naturalmente, in questa illusione c'è del vero. Prendiamo ad esempio gli strumenti musicali. Chi ne suona più di uno sa, perché ci arriva da sé, o perché glielo dice un bravo maestro, che esistono dei "metaconcetti" validi per qualsiasi strumento, e riconducibili comunque sempre tutti a motivi di economia del gesto. Mi ricordo di quando Salvatore Carchiolo mi disse che la mano doveva muoversi sulla tastiera come l'archetto su una corda, e che il movimento della mano doveva essere bello. Quando lo dissi al mio maestro di flauto, Pietro Meldolesi, flautista e violinista, rimase impressionato e ne seguì una interessante discussione che non vi riportò, perché fondamentalmente non credo che ve lo meritiate, ma il cui senso generale era che suonare bene uno strumento forniva delle "metacategorie" spendibili anche nella tecnica di altri strumenti, magari completamente diversi.

Qui siete per di più di un'altra razza: quella delle persone che avendo fatto ingengngneria, e quindi avendo fatto due analisi e altre matematiche, pensano di poter capire l'econometria meglio di uno che invece ha studiato econometria, e quindi ha fatto meno matematica, ma quella che serve allo scopo.

Non è di questa razza andrea (che infatti è un fisico), il quale osserva, a seguito del post precedente, che:


20 agosto 2016 01:52
In realtà nel post ci sono moltissimi discorsi, ma quello centrale è già stato sintetizzato da Alberto nella frase "un random walk fornisce una rappresentazione più accurata del DGP" (rispetto alla rappresentazione pittorica fatta nel post precedente, cioè un trend deterministico lineare con un po' di noise).

Per arrivare a questa, per me inaspettata, conclusione, il prof. usa un test che (mi pare di capire) è lo stato dell'arte in questo tipo di domande. Il test restituisce una stima (normalizzata per una stima dell'errore) del parametro rho-1, che è appunto "t-statistics", il cui valore ideale nel caso di random walk è zero. La stima si scosta da zero ma non significativamente, infatti per essere significativa al 10% doveva venire più bassa di -3.14. Essere significativo al 10% significa che c'è un 10% di probabilità che lo scostamento da zero sia una fluttuazione casuale e quindi scartare zero sia sbagliato (10% quindi è generoso, 1% sarebbe molto meglio). Quindi anche con molta generosità (nei confronti dell'alternativa) l'ipotesi di random walk non si può scartare.


Prima osservazione generalissima: chiunque lavori coi dati per farsi un'idea del meccanismo che li ha generati parte da un'ispezione visuale del loro comportamento. Con gli anni l'istinto si affina, e l'uso di test statistici non fa che confermare l'intuizione estetica (in senso etimologico).

Poi entriamo nello specifico, prendendola un po' larga, per far capire quanto sia in effetti importante capire se i dati siano stati generati da una tendenza deterministica con un po' di noise più o meno autocorrelato attorno, o se invece sono stati generati da una tendenza stocastica, cioè da una passeggiata aleatoria, cioè da un processo con radici unitarie.

Verso l'inizio degli anni '60 gli economisti pensavano di aver risolto il problema della crescita economica. In effetti, il mondo era in rapida crescita, e quindi la crescita, in termini politici, era un non problema. In termini analitici, Solow aveva formalizzato il modello neoclassico di crescita che metteva insieme in modo relativamente coerente una serie di fatti stilizzati rilevanti, facendo contenti un po' tutti, anche i cosiddetti "keynesiani", che in realtà erano allora, come ora sono i neokeynesiani, dei neoclassici con una spruzzatina di celeste addosso (il celeste del partito democratico USA). Guardare al passato, se non al futuro, avrebbe mostrato che la crescita, cioè il lungo periodo, una sua importanza ce l'ha, e che esistevano divergenze tali da porre seri problemi. Ma, naturalmente, la risposta di tutti (di quelli "de destra" come di quelli "de sinistra") era che i problemi si sarebbero potuti risolvere applicando la legge dell'offerta e dell'offerta (geniale lascito alla civiltà occidentale dell'amico Giuseppe Rubino). Il lungo periodo era un problema di produzione/offerta, non di spesa/domanda. Unica voce dissenziente, Tony Thirlwall (discepolo di Kaldor, discepolo di Keynes).

Risolto (male) il problema della crescita, da lì in poi quindi l'agenda della ricerca economica ed econometrica si sarebbe incentrato sul medio periodo, sul ciclo economico, su come gestire senza scosse (eccessive recessioni o espansioni) il percorso magnifico e progressivo dell'umanità verso il benessere. Insomma: l'agenda della ricerca si concentrò sul ciclo economico.

Per andrea (se, come penso, sa l'analisi spettrale): fondamentalmente gli economisti decisero di trascurare le frequenze angolari stagionali (dalla frequenza pi greco, corrispondente a un ciclo di periodo due, in giù: le trovi descritte qui), e naturalmente anche la frequenza zero, che determina quella che il compianto Granger chiamava la forma spettrale tipica di una serie economica, per studiare cosa accade in una banda di frequenza corrispondente a un ciclo di periodicità intermedia, il cosiddetto business cycle period, che si presume sia intorno ai cinque anni (con molta variabilità e ovviamente con una periodicità che dipende dal campionamento dei dati: cinque anni sono venti trimestri...).

Naturalmente, per risolvere il problema del ciclo (economico, altrimenti, come sapete, ci vuole Lines Seta), prima bisogna individuarlo. L'altro ciclo ha dei sintomi piuttosto evidenti: il famoso "in quei giorni", che non è l'incipit di un passo del Vangelo, ma di una pubblicità. Le recessioni sono anche loro, talora, un bagno di sangue, ma, ad esempio, le espansioni no, e quando tutto va bene la gente si distrae e pensa che sarà così per sempre. Datare i punti di svolta della congiuntura economica, e soprattutto quelli superiori, non è quindi una cosa banale.

Inoltre: il ciclo, per definizione, dovrebbe essere una componente stazionaria. Un'onda media, che si sovrappone all'onda lunga della crescita (ma si distingue dalle increspature a frequenza stagionale). La componente ciclica quindi dovrebbe essere quanto meno un processo stazionario in covarianza, e magari anche ergodico, per i noti motivi (cioè perché di ciclo "storico" ne abbiamo uno solo, e momenti di insieme non possiamo calcolarne).

Nota che, in tutto questo, gli economisti l'analisi spettrale non la sanno. Un econometrico allievo di Carlucci, se vuole trovare il ciclo, applica un filtro passa banda, come il filtro di Baxter e King (ma poi ce ne sono stati altri). Un economista farà la cosa più ovvia: interpolerà un trend, e prenderà il residuo, cioè la serie detrendizzata, come stima della componente ciclica della serie: l'operazione che vedi fatta  nella Figure 3 riportata dalla fonte delle fonti.

Si capisce subito cosa c'è che non va, no?

Se facciamo questa operazione sulla serie trimestrale del Pil da 1970q1 a 2016q2 il risultato, ovviamente, è questo:


Qui hai in rosso i dati, in verde il trend e in blu il residuo, cioè la serie detrendizzata. Sembra che ci sia un'unica onda, con un picco poco dopo il 2000. Ma l'Italia non ha avuto un unico ciclo economico. Tu dirai: "Questo è un risultato spurio dovuto al fatto che il processo ha cambiato struttura". Forse. Allora vediamo cosa succede se la stessa operazione la facciamo prendendo i dati fino a 2008q2:
Ecco: qui si ragiona: si vede una serie di onde cicliche, con un primo picco nel 1974, un primo cavo (recessione) nel 1975, ecc. Abbiamo trovato il ciclo.

Sarà stazionario in covarianza?

No. Te lo dico prima di fare il test perché io so (come Pasolini):


E in effetti l'ipotesi di radice unitaria (marginalmente) non può essere rifiutata...

(...in realtà te sto a cojonà, e se ti accorgi di dove potrebbe essere il trucco sei bravo...)

Quindi? Quindi il Pil non è una tendenza deterministica "con un po' di noise intorno" nemmeno prima dello sfracello del 2008, e questo, peraltro, i dati ce l'avrebbero detto:


Tuttavia nel DGP del Pil una tendenza deterministica c'è: convive felicemente con una tendenza stocastica, perché il DGP è di tipo random walk with drift:
e quindi, se immagini di essere all'origine dei tempi, con una condizione iniziale pari a zero, succederà una cosa di questo tipo:

L'accumulazione delle intercette (diverse da zero, il drift del processo) genera una tendenza deterministica, e l'accumulazione dei noise incorrelati genera una tendenza stocastica. Puoi togliere la prima, ma resta la seconda.

Questo cosa comporta?

Tantissime cose. Qui restiamo sul discorso "ciclo", confrontando ad esempio la serie detrendizzata sul periodo 1970q1 2008q2 con quella ottenuta applicando il filtro passa banda di Baxter e King alle frequenze del ciclo economico (agevolo disegnino con la funzione di risposta in frequenza:

nel caso ti sia utile).

Il confronto fornisce questo:


Qualche differenza si vede, no? La serie ricavata col filtro passa banda data i punti di svolta più o meno come la serie detrendizzata, ma l'intensità di espansioni e recessioni è molto diversa. Ad esempio, per la serie detrendizzata l'espansione più rilevante (15 miliardi sopra al trend) si sarebbe avuta all'inizio degli anni '90. La serie filtrata racconta una storia diversa.

Naturalmente da dire ci sarebbe molto altro, ma sto per entrare in una lunga galleria.

E adesso, ragliate fratres...

venerdì 19 agosto 2016

DGP (post ad personam)

The andrea puglisi18 agosto 2016 00:29


Riconosco che il fit lineare 1970-2007 rende in maniera molto efficace il muro contro cui ci siamo scontrati frontalmente nel 2008.

L'efficacia "pittorica" basta e avanza a giustificarlo. Io personalmente lo trovo impressionante.

Da fisico (e docente di processi stocastici) mi domando se c'è qualcosa di più. So che questo esula dal "problema", ma la curiosità mi resta.

Ho letto i tre post del 2014 sui cammini aleatori, non mi pare che dicano altro da: è molto improbabile (non impossibile) che un random walk (lancio di moneta non truccata ad ogni trimestre) faccia quel che fanno i dati del grafico dal 1970 al 2008, che pare piuttosto una moneta con bias. Cioè col trucco.

Immagino che il pil sia ben diverso da un random walk. Ma allora perchè rimandare alla lezione sui cammini aleatori? Che poi immagino andrebbe applicata ai logaritmi (visto che i tassi di crescita in economia sono percentuali e quindi, anche per colpa vostra, a me tocca pure fare delle lezioni sui processi moltiplicativi :-)



andrea puglisi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "186 trimestri di Pil (destagionalizzato)":

Grazie. Solo di striscio (dalle mie parti non si usano molto modelli arma, etc.). Allora ho dato una letta al primo testo che ho trovato (Walter Enders, Applied Econometric Time-Series, molto leggibile) e credo di aver capito lo scopo di uno unit root test: immagino me lo citi a sostegno dell'ipotesi di non-stazionarietà della serie. E io ci credo, non metto in dubbio che in 1970-2008 ci sia un bel trend, ovviamente sono anche più convinto se (come sembri suggerire) ci sono test statistici che formalizzano e controllano quest'ipotesi. Resto incuriosito (ma forse è sufficiente dire affascinato, non pretendo lezioni ad personam) dalla linearità del trend su un arco di tempo così lungo - e storicamente così accidentato. Quando (dalle mie parti) si vede un andamento "semplice", ci si chiede se non ci sia una spiegazione "semplice".

Postato da andrea puglisi in Goofynomics alle 18 agosto 2016 09:57


Caro Andrea,

il tuo modus operandi dimostra che sei una persona intelligente (hai inquadrato il problema) e sei distante dai tronfi ellissoidi saccenti che arrivano sparando supercazzole random per far vedere che ce l'hanno lungo (hai cercato una fonte, che è a mio avviso un'ottima fonte). Mi fa quindi molto piacere venirti incontro con qualche stimolo in più, anche se, naturalmente, avendo solo tre quarti d'ora a disposizione posso farlo in un modo che credo tu possa capire perfettamente, ma che certamente non tutti gli altri potranno seguire. Del resto, abbiamo anche avuto post in greco per Nat, quindi per una volta potremo parlare di econometria.

Parto da una cosa semplice ma essenziale: l'economia non è una scienza sperimentale. Le osservazioni non provengono da sistemi fisici replicabili mediante esperimenti controllati, ma da sistemi sociali. Se lanciamo un razzo contro un bersaglio, sappiamo com'è fatto il razzo e sappiamo quanto è lontano il bersaglio. Ci possono essere errori di misurazione, ma la "macchina" sappiamo com'è fatta. La "macchina" dell'economia non sappiamo com'è fatta, non lo sa nessuno, e può essere in qualche modo concettualizzata solo in via inferenziale partendo da un singolo campione di dati: quello generato dalla storia economica del paese o dei paesi che stiamo analizzando (ovviamente qui mi riferisco all'ambito macroeconomico: esiste un'economia sperimentale, che opera a livello microeconomico con esperimenti controllati, attraverso i quali comunque cerca di inferire come funziona l'homo oeconomicus...).

Questo noumeno, il "modello vero" dell'economia, in econometria si chiama DGP (Data Generating Process). Il DGP del mondo naturalmente è in mente Dei. Diciamo che il DGP lo concettualizziamo a seconda del contesto nel quale ci troviamo a operare, ovvero, dell'insieme di informazioni che vogliamo/possiamo utilizzare. È del tutto evidente che il PIL di un paese dipende da una quantità di variabili, fra cui i PIL degli altri paesi, le variabili di politica economica, l'andamento dei corsi delle materie prime e delle valute estere, ecc. Se vogliamo mettere tutte queste informazioni nel modello, ne verrà fuori un gigantesco processo stocastico vettoriale non molto gestibile: a quel punto il ragionamento economico serve a imporre un minimo di struttura, e qui comincia una lunga e dolorosa storia (traccia: overidentifying restrictions, modelli VAR, ecc.). Io però ho fatto una cosa diversa: ho usato come info set solo la storia della variabile. Mi sono cioè posto nell'ottica di un processo stocastico univariato: operazione legittima, nel senso che sta comunque al ricercatore decidere quante informazioni vuole utilizzare. In linea di principio, più ne utilizza e più la previsione sarà non distorta ed efficiente (varianza minima). In pratica però non sempre è così, e questo perché non importa solo quanta informazione utilizzi, ma anche come la utilizzi, e qui comincia una lunga e gaudiosa storia (traccia: fallimento dei modelli strutturali all'inizio degli anni '70, affermazione dei modelli Box-Jenkins, cointegrazione).

Ci siamo fino a qui?

In ogni caso, io ho fatto la scelta di utilizzare un'unica variabile, e il problema che intuisci io lo esprimerei così: il grafico dell'estrapolazione di tendenza è un buono strumento descrittivo, ma non è interpretabile come modello analitico o predittivo del Pil italiano semplicemente perché una tendenza deterministica non è una buona rappresentazione del DGP di questa variabile.

Tanto per capirci: nell'equazione


è molto difficile che beta sia diverso da zero e rho diverso da uno. Avremo viceversa rho uguale a uno e beta uguale a zero, ovvero, in questa riparametrizzazione:


il coefficiente del livello ritardato di y non sarà significativamente diverso da zero.

Nota: tu potresti dirmi: "questo può anche essere, ma perché dici che questo implica che beta sarà uguale a zero?". Risposta: perché altrimenti osserveremmo un andamento parabolico (se osservi la seconda equazione e la risolvi ti rendi conto che se lasci una tendenza lineare nelle differenze prime della variabile, stai implicitamente assumendo che i livelli della variabile seguano una tendenza parabolica, che nei dati però non osserviamo e che quindi scartiamo a priori sulla base delle informazioni disponibili).

Ora, il punto è che l'ipotesi nulla di radice unitaria non viene respinta non solo su tutto il campione, ma anche sul sottocampione pre-crisi. Il primo risultato potrebbe essere banalmente dovuto al fatto che la tendenza deterministica è "segmentata" dalla crisi del 2008, e si sa almeno fin dal tempo di Rappoport e Reichlin che in questo caso i test di radici unitarie sono poco potenti (visto che cose belle faceva la Reichlin?). La difficoltà nel respingere la nulla di integrazione è dovuta al fatto che una rottura di tendenza deterministica può tranquillamente essere interpretata, a occhio, come una inversione di tendenza stocastica (l'altro riferimento importante è Zivot e Andrews, ma la letteratura è sterminata). Il punto è che la prima (la rottura di tendenza deterministica) presuppone un cambiamento strutturale nel modello, mentre la seconda (l'inversione di tendenza stocastica) solo uno shock, o una raffica di shock, anomali, il che naturalmente apre prospettive diverse circa la prevedibilità del fenomeno.

Mi aspettano a cena, e quindi vado di corsa fornendoti solo i risultati del test ADF su tutto il campione e poi fino a prima di Lehman:




Il numerino da guardare è la statistica t che, come vedi, non è significativa né su tutto il campione, né fino a prima della crisi. Visto che hai l'occhio esperto, noterai che nel sottocampione fino a 2008Q3 la statistica è più grande in valore assoluto (il test è unilaterale sinistro e la distribuzione non è standard per motivi che credo tu conosca e che comunque puoi capire meglio di me e sono spiegati qui). Tuttavia, non riesce comunque a respingere la nulla di radice unitaria verso l'alternativa di tendenza deterministica (la soglia al 10% è -3.1).

Quindi?

Quindi il grafico ha un valore descrittivo, e come tale l'ho esplicitamente proposto, ma un random walk (non esattamente: in realtà un modello ARIMA(1,1,0), come intuisci dai tabulati) fornisce una rappresentazione più accurata del DGP. Il che, banalmente, significa che se io dovessi prevedere il PIL del 2016 riterrei più affidabile come "predittore" il valore del Pil del 2015 che non l'estrapolazione di un trend lineare non segmentato stimato dal 1970 (l'ipotesi di DGP alla base del grafico "pittoricamente efficace"), ma anche quella di un trend segmentato (e di punti di rottura ce ne sono almeno quattro, ma di questo se ti interessa parliamo nella prossima puntata).

Ovviamente, astenersi ingengngngnieri, e agli altri posso dire che prima o poi capiranno quasi tutti. Alcuni studiando, altri andando in paradiso. Quindi, non abbiate fretta. Agli euristi, ovviamente, questa materia resterà per sempre oscura. In Inferno nulla est redemptio.

Del resto, le aspettative razionali, se ci pensate, sono la quintessenza del piddinismo: sono la pretesa ideologica che l'agente economico sappia di sapere com'è fatto il DGP (cioè il modello vero dell'economia). E anche chi non ha capito niente di questo post, proprio perché non ha capito niente, capisce e al tempo stesso dimostra quanto questa pretesa sia assurda. Non è quindi un caso che interi programmi di ricerca basati su di essa, buon ultimi i modelli DSGE, alla prova dei fatti miseramente falliscano, anche se Lippi non se n'è accorto (ma qualcuno un po' più titolato di lui sì: e quest'ultima osservazione ovviamente era per eric, da cui devo tornare).

Alles klar?


(...ai refusi pensateci voi, che ho il lato oscuro della forza a cena e non sta bene farlo attendere...)

mercoledì 17 agosto 2016

186 trimestri di Pil (destagionalizzato)

(...proseguendo una nostra vecchia tradizione...)

Vi fornisco la lectio difficilior del grafico che ho pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano. Per qualche motivo, nella loro grafica la tendenza lineare è diventata un inizio di arabesco, ma i numeri sono corretti (del resto lo diceva anche Flaiano: in Italia la linea più breve fra due punti è l'arabesco: siamo mediterranei...). In effetti nell'originale la tendenza è dritta come un fuso, come dev'essere e come potete constatare qui:


Ovviamente, chi ha capito questo intuisce anche cosa c'è che non va in questo grafico dal punto di vista probabilistico. Il grafico ha un mero valore descrittivo, e in questo senso è piuttosto efficace, non trovate? Per vostra erudizione, aggiungo il campione sul quale ho calcolato la tendenza, con la relativa equazione:


(per favore, se non sapete cos'è non commentate: questo serve a chi sa cos'è), e la distinta degli scostamenti fra actual e forecast nel campione di proiezione ex post:


"Dottò, sò millenovecentotrenta mijardi in meno... Che faccio? Torgo?"

Come vedete, il governo del "fare" (le seghe) non è riuscito nemmeno a stabilizzare lo scarto fra il Pil e la sua tendenza storica, che continua ad allargarsi inesorabilmente.


(...nell'articolo è citato il dato complessivo di -1949, che risulta se lo scostamento si calcola dall'inizio del 2008, anziché dalla fine del campione di stima. Di fatto, le prime due osservazioni del 2008 erano già sotto tendenza, ma moderatamente, per effetto della crisi subprime del 2007. Poi è saltata Lehman ecc....)

martedì 16 agosto 2016

Twitter: distruzioni per l'uso

Ricevo da un caro amico:


A me sempre più caro Prof.,
pochi giorni fa, cenando a Pescara in un buon ristorante di pesce sul mare, il complessino che ci allietava con una serata a tema Santana annunciava l'esecuzione di Europa dicendo "perché Europa non vuol dire  Euro" (risate e applausi e poi il pezzo).
Ho pensato nell'euforia di crearmi subito un account Twitter per comunicarlo a lei e a chi la segue ed ecco che in automatico mi è arrivato il click, manco il tempo di configurare il profilo... E non lo posso più neanche leggere ... Ho violato qualche comandamento ? Mi mancano Lebbasi?
Mi sblocca? O mi cancello per tornare a leggere i suoi cinguettii?
Con stima

L.

Allora, rapidamente (prima dello spaghetto con le telline). Come sapete, l'ordine col quale si fanno le cose è importante (per approfondire: http://youtu.be/wObhdca59A0). Su Twitter è pieno di troll e di bot. Io su Twitter ci vado per informarmi: non per informare il nemico, né per litigare. Quindi o so chi siete, o vi blocco. 

Quando mi arriva la notifica di un nuovo follower, se ha un account:

1) non configurato (con l'ovetto);

2) senza interazioni (con zero tweet);

3) con la lista standard di follow (Renzi, Calabresi, Giannino,...)

io vi blocco subito. Se qualcuna di queste condizioni non è soddisfatta, vado a vedere, e se l'utente non mi sembra un cretino non lo blocco, tenendo presente che siccome un click non è un'iniezione letale, sono abbastanza disposto a rischiare l'errore giudiziario. 

Better safe (io), best sorry (voi).

Non chiedetemi di sbloccarvi. Non lo farò. Tipicamente chi me lo chiede non mi dice qual è l'account (vedi email sopra), in un delirio di ingiustificato iocentrismo che fatalmente lo porta a violare l'unico comandamento: non avrai me come tua segretaria. 

Se vi mando a stendere fate il cazzo che vi pare, ma non chiedetemi nulla: fatevi un altro account, andate all'anagrafe a cambiare nome, reincarnatevi in un primate. Come volete. 

Poi fate così: 

1) configurate l'account;
2) usatelo un po';
3) seguite le persone giuste

e solo dopo (dopo) seguite me, e io forse non vi bloccherò. Non è cattiveria. Seguirmi, secondo me, è un privilegio. Se non sei d'accordo, non farlo: non ti ho chiamato io. Se sei d'accordo, allora lascia decidere a me se te lo meriti. 

Relax, è solo un gioco. 

Quindi ha delle regole. 

Sicuro di averle capite?

Click. 















lunedì 15 agosto 2016

Renzi e la ripresa: cronaca di una morte annunciata

Partiamo dai numeri, questi sconosciuti... Ricordo quando gli amici (vero, Basilisco!?) mi dicevano: "Che fati? Metti tabelle? Ma laggente nun capischeno, non ti leggeranno mai...". 3579 lettori fissi e 22 milioni di visualizzazioni dopo (che sono poche, cacciatevelo in testa!) mi sento di prendere il rischio, e quindi:


Quello che vedete, in tutto il suo splendore, è il PIL italiano al tempo della crisi. I dati sono estratti dal database dell'ISTAT, e ho riportato tutte le informazioni relative alla query con la quale ho estratto i dati (così chi desidera può verificare).

I dati, espressi ai prezzi del 2010 (e non è che da allora i prezzi siano cambiati moltissimo), vengono forniti a cadenza trimestrale (colonna 2), la procedura di trimestralizzazione rispetta i volumi. Dato che il PIL è un flusso, il dato si aggrega temporalmente per somma, esattamente come qualsiasi flusso, quale il vostro stipendio. Ad esempio, se siete disoccupati guadagnate zero al mese, e quindi:

0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0=0

all'anno (e questo è un esempio facile). Se avete un lavoro con 1300 euro di netto e tredici mensilità guadagnate 16900 euro l'anno. Se il PIL italiano nell'inverno 2015 è stato di 385142 milioni e nella primavera 2015 di 386358 milioni, nel primo semestre 2015 è stato di 385142+386358 = 771500 milioni (i dati semestrali sono ricostruiti nella colonna 5), per cui se poi in estate è stato di 387101 milioni e in autunno di 387818 milioni, nell'anno 2015 è stato di:

385142+386358+387101+387818 = 1546419 milioni

ovvero 1546 miliardi, .

Se applicate la stessa logica all'anno precedente, vedrete che il dato annuale del 2014 è di 1536 miliardi (dovreste essere in grado di localizzarlo sulla tabella), e quindi il tasso di crescita nel 2015 è stato dello 0.6% (colonna 9) come qui previsto a tempo debito (notate peraltro che accanto a previsioni giuste ce ne erano anche di sbagliate: la vita è fatta così e magari un giorno ne parliamo).

Aggiungo, per completezza, che il dato annuale grezzo, per ragioni che ignoro, è stato rivisto al rialzo, come risulta sempre dal sito ISTAT:


e quindi il suo tasso di crescita risulta essere dello 0.760% (arrotondato a 0.8%) invece che dello 0.642%. Forse l'ISTAT usa una procedura di destagionalizzazione che non conserva i volumi? Forse il dato destagionalizzato non è ancora stato aggiornato? La questione, a dire il vero, non mi appassiona, e questo non perché le cifre coinvolte siano piccole. Sì, sono pochi decimi di punto decimale, ma, se ci fate caso, in soldoni sarebbero un paio di miliardi (che anche a dividerceli fra quanti siamo qui farebbero una bella cifra...).

Il punto è un altro. Come sa chi segue o studia queste cose, i dati statistici sono soggetti a diversi round di revisioni, e quindi prima che emerga un dato accettato come definitivo deve passare un po' di tempo. Non credo che siate mai stati fermati da due bravi dell'ISTAT i quali vi abbiano ingiunto di dir loro quanti soldi avevate in tasca, giusto? Questo significa che il dato del PIL non deriva da una rilevazione esaustiva, ma da una rilevazione campionaria, ed è quindi una stima, che a sua volta riposa su altre stime, che via via vengono confermate o smentite da rilevazioni successive. Anche il dato annuale, il più "stabile", si muove, quindi, nel tempo, e anche in assenza di variazioni importanti nei metodi di rilevazione (che pure regolarmente si verificano). A titolo di esempio, guardiamo come si è andato assestando il dato sulla crescita del 2012 consultando le solite statistiche del FMI, partendo da quelle di ottobre 2011 (prima che arrivasse Monti) per arrivare agli ultimi dati disponibili (quelli di aprile 2016):


Notate che i dati fino all'edizione 2012-10 del World Economic Outlook sono ovviamente previsioni, e l'ultima, quella di ottobre 2012, appunto, è tutto sommato abbastanza precisa. I dati dal 2013 in poi sono riportati come definitivi, ma, come vedete, anche l'ultima edizione, quella di aprile 2016 (quattro anni dopo) li rivede al ribasso.

Questo è uno dei tanti motivi per i quali non mi scaldo sui decimali. Vi ricordo anche che lo 0% che qui abbiamo azzeccato è un dato provvisorio. Può darsi che il dato definitivo ci dia ancora più ragione (entrando in territorio negativo) o ci smentisca, diventando da nullo positivo, e quindi uscendo dall'intervallo di confidenza della previsione che avevamo fatto con il nostro semplice modello.

 
Per questo, e per altri motivi, vorrei oggi essere faustiano: lass das Vergangene vergangen sein! (traduzione per diversamente non partenopei: scurdammoce o passato). Pensiamo al futuro, che è un equilibrato cocktail di tragedia e commedia.

La commedia ce l'ha messa il MEF con questa sua nota del 12 agosto, che non può non rinviarci a un altro grande classico. Il richiamo alla Brexit, che poi è qualcosa che ancora deve verificarsi, ed è stata decisa a grande sorpresa di tutti nella Penultima settimana del trimestre considerato (con zero probabilità di influire sul risultato delle dieci settimane precedenti) è un vero colpo di genio.

La tragedia ce la mette la nostra amica aritmetica: quella che abbiamo studiato a scuola, e quella del debito pubblico, che invece abbiamo studiato qui più di tre anni fa (consiglio ripasso ai nuovi e vecchi arrivati). Oggi non vorrei fare previsioni (mi piacerebbe prima darvi qualche strumento in più, almeno spiegarvi cosa sia una correlazione), ma semplicemente valutare la compatibilità delle previsioni governative con la realtà, per apprezzarne la coerenza interna.

Nel Documento di Economia e Finanza rinvenibile qui il ministro Padoan formulava il suo Programma di stabilità sulla base di una crescita del PIL pari all'1.2%. Il numero lo trovate in questa tabella a p. 37:


Ora, cominciamo con l'aritmetica delle elementari. Se il PIL crescesse dell'1.2% nell'anno in corso, vorrebbe dire (riferendoci ai dati della prima tabella, quelli destagionalizzati) che il suo valore totale sarebbe pari a:

1,546,419 x 1.012 = 1,564,976

Siccome nel primo semestre abbiamo avuto due trimestri pari a 388,807 (crescita zero fra il primo e il secondo trimestre), il dato del primo semestre è 777,614, e quindi per arrivare a 1,564,976 il PIL nel secondo trimestre dovrebbe essere pari a 1,564,976 - 777,614 = 787,362 milioni, con una crescita fra primo e secondo semestre dell'1.3% (per i precisini: 1.254%).

Ora: il PIL normalmente cresce: il dato destagionalizzato, che rimuove le fluttuazioni dovute a eventi ciclici quali la chiusura delle fabbriche in estate, se non subentra una recessione cresce ogni trimestre, e così fa quello semestrale. Dalla tabella che vi ho riportato vedete che una crescita dell'1.3% fra primo e secondo semestre dell'anno non si è mai verificata. Ci siamo andati vicini nel 2010, con un tasso di crescita dell'1.1%. Tuttavia, se consultiamo una serie storica semestrale un po' lunga, vediamo che mentre negli anni '70 una simile crescita fra primo e secondo semestre era abbastanza consueta (per forza! Con l'economia che cresceva a oltre il 3% l'anno, va da sé che la crescita da un semestre al successivo fosse intorno a 1.5 in media), nei 25 anni dal 1990 al 2015 una simile crescita fra primo e secondo semestre si è avuta solo nel 1994, 1997, 1999, 2000 e 2006: anni tutti, per diversi motivi, meno difficili di quello che stiamo attraversando. Per darvi un'idea, i rispettivi tassi di crescita mondiale furono: 3.3%, 4.1%, 3.6%, 4.8%, 5.5%, mentre per il 2016 ci aspetta, secondo il FMI, un 3.1%. Difficilmente credo che riusciremo a fare di più in circostanze in cui il mondo sta facendo di meno.

In generale, nei 54 semestri dal 1990 alla prima metà di quest'anno, il tasso di crescita reale ha superato 1.2% solo in 9 volte. Non è quindi un evento frequente.

Il dato semestrale, tuttavia, non viene utilizzato spesso: ci si riferisce o all'anno, o al trimestre. Tuttavia, non è difficile calcolare quale dovrebbe essere il tasso di crescita trimestrale medio nei due prossimi trimestri dell'anno compatibile con l'obiettivo di crescita annuale del governo. In particolare, per raggiungere un totale annuale di 1,564,976, compatibile con una crescita annuale dell'1.2%, il dato trimestrale dovrebbe nei prossimi due trimestri crescere a un tasso dello 0.8% a trimestre (per i precisini: 0.8334%). Vuol dire che il dato di questo trimestre dovrebbe essere pari a:

388807 x 1.008334 = 392047

e quello dell'ultimo trimestre a:

392047 x 1.008334 = 395314

e così il totale dell'anno farebbe 388,807 + 388,807 + 392,047 + 395,314 = 1,564,975

(nell'arrotondamento ci siamo persi un miliardo, ve lo restituirò presto in lire...).

Bene.

Vogliamo ridere o piangere?

Un tasso di crescita trimestrale dello 0.8% in Italia non si vede dal primo trimestre del 2008 (fu un rimbalzo preceduto da tre trimestri e seguito da cinque trimestri di recessione), e in generale non è che ce ne siano stati tanti. Se prendiamo la serie storica destagionalizzata dal 1970, di tassi di crescita superiori allo 0.8% ne riscontriamo 55 sui 185 che è possibile calcolare, ma sono quasi tutti negli anni '70. Dal 1990 se ne contano solo 12, ovvero: la crescita trimestrale è stata superiore allo 0.8% nell'11% dei casi. E, lo ripeto: la maggior parte di questi anni, anche da quando è entrato l'euro, sono stati anni migliori di questo, se non altro per il contesto internazionale (e non mi riferisco a scemenze come la Brexit, ma al fatto che l'economia mondiale cresceva ben oltre il 3%).

Come abbiamo fatto a ridurci così lo sapete, e a chi non lo sapesse suggerisco il riassuntino che ho fatto in 1998 battute per il Tempo, dove trovate anche lo spassosissimo commento di quel malato di mente di Yanez: peraltro, si spara su un piede, perché siamo in deflazione e quindi il Pil nominale andrà peggio di quello reale. Ma di questo, e delle conseguenze per il debito, parleremo un'altra volta.

Ora devo andare a TgCom24, dove sarò in diretta alle 22.

sabato 13 agosto 2016

La recensione

(...da un amico, via Telegram...)

QED65 per me è centrale nella tua riflessione di questi anni. Fissa un concetto cruciale. È proprio la concezione di economia come set di regole fisse che annulla lo spazio della politica come ambito di composizione di interessi di classe. È questo che, in radice, ha reso intercambiabili i berlusconi e i renzi. La sinistra non ha capito la centralità di quanto suggerisci: se non elimini l'euro non hai lo spazio per dirti sinistra, per agire da sinistra. E riassume il grado di coglioneria che raggiungono: non avranno mai altre battaglie così "facili" da definire.

(...in effetti...)

venerdì 12 agosto 2016

QED 65: che ha fatto er PIL? Statistica e propaganda.

Sarà stato l'inizio del 2015. Non posso ricordare la data esatta, e nemmeno le circostanze (eravamo a cena? Eravamo a un seminario "d'area"?), e non posso citare la persona, perché mi ha detto di essere permalosa (ma allora non dovrebbe fare il politico).

Io dicevo: "Amici, compagni, avete un'occasione d'oro. È del tutto ovvio che Renzi sgrugnerà sul tema economico. Fategli una battaglia seria su questo. Secondo me avreste dovuto insistere di più sul jobs act [Ndr: a quel tempo non c'erano ancora state le sollevazioni contro la loi travail in Francia e quindi la sinistra europea aveva perso memoria del fatto che si può protestare contro una legge che lede i diritti dei lavoratori: da qui la mia delicatezza: si sa, i sonnambuli non vanno svegliati...], e, sempre secondo me, fare una linea del Piave sul tema del referendum per schierarci un'armata Brancaleone di cariatidi a difesa di una cosa che nessuno capisce cosa sia (la Costituzione) non mi sembra altrettanto efficace politicamente, però non è mai troppo tardi. Siccome lui sgrugnerà, voi cominciate a dirlo, magari - sarebbe meglio - da dentro il PD, e così quando sgrugnerà potrete portare all'incasso la cambiale dell''io l'avevo detto', per far capire ai vostri complici colleghi parlamentari che il mito dell'invincibilità di Renzi è un tantino fasullo, e che affidandosi a lui potrebbero non arrivare a fine legislatura".

Risposta: "Ma sei poi con il jobs act lui riesce veramente a portare la crescita a più dell'1%? A quel punto siamo sconfitti politicamente...".

(...nota bene: ricordo che avevo già scritto questo post, in cui preconizzavo lo 0.6% che in effetti si è verificato....)

A fronte di tanta mancanza di attributi (se lo dice la Picierno si può dire), di tanta diffidenza verso chi da quattro anni stava azzeccando un discreto numero di educated guesses, di tanta sfiducia nelle proprie capacità politiche, di tanta incapacità di assumere un rischio tutto sommato minimo a fronte di un guadagno politico evidente, insomma: a fronte di tanta mediocrità, io, che ho un ottimo carattere, non mi alterai. Feci un sorrisino di circostanza, ed emisi un solidale: "Bè, certo...".

Lo stesso, peraltro, che ribadii quando, dopo la Brexit, mi imbattei, uscendo da uno studio televisivo, nella stessa persona. Sono umano, e quindi non potei trattenermi dal far notare che se avessero preso una posizione più aggressiva verso l'Europa, il successo del Leave sarebbe stato un successo anche loro. In questo senso, passare dal partito di Renzi (che, come qui avevamo previsto, era diventato un minimo confrontational nei riguardi di Bruxelles - salvo calarsi sempre le braghe al momento cruciale) a quello della Boldrini (totalmente asservito all'ideologia spinelliano-kalergica made in Usa) non era stato un passo estremamente pagante in termini tattici, e un nostro amico con la barba che ha scritto un libro sull'annessione della Germania (ma non posso nominare) glielo aveva detto, molto chiaramente, prima.

Risposta: "Eh, ma chi se l'aspettava...".

Ma... Ma... Ma...

Ma come chi se l'aspettava? Quanti anni fa è uscito Il tramonto dell'euro? E che c'è scritto? Che questa cosa non può durare. E il percorso delineato verso il crollo, fra l'altro, è quello in cui siamo: all'interno, la crisi bancaria (di debito privato); all'estero, crescenti attriti della Germania con le potenze debitrici (gli Stati Uniti). Quindi, se siamo sulla strada delineata, e questa strada porta in un certo luogo, e per di più a velocità accelerata a causa di un evento che nel Tramonto dell'euro non prevedevo (la crisi di Schengen), ma la volete fare un'accidenti di scommessa sul vostro riverito futuro politico?

No.

E allora schiantatevi anche voi, come il vostro ex complice ed attuale aversario politico (pro tempore)!

Questa è la sinistra critica. L'enormità del suo fallimento politico, che è un fallimento in primo luogo antropologico, e quindi, a monte, umano, merita un trattamento separato, e lo avrà.

(...tranquilla, Monica: il tuo commento è in coda e ci sto lavorando. E tranquillo anche tu, Serendippo: sei un amico: la migliore dimostrazione del fatto che ho ragione da vendere...)

Ma oggi parliamo del dato tecnico. Due post or sono, usando come indicatore anticipante l'indice della produzione industriale (IPI), avevo previsto per il dato del secondo trimestre un intervallo di confidenza al 95% che andava da -1% a 0%, centrato su -0.5%. Avevo argomentato che questo intervallo era naturalmente distorto al ribasso, perché usando come indicatore anticipante la sola produzione industriale, di fatto escludevo dal modello informazioni sulla parte più rilevante del PIL, i servizi, che in Italia fanno il 75% del valore aggiunto totale. Tuttavia la manifattura rimane un settore trainante (una parte non trascurabile dei servizi ricade nell'indotto del manifatturiero), e i segnali provenienti dal commercio, che a sua volta fa un quarto dei servizi, non erano incoraggianti. Questo lato offerta. Lato domanda, tagliate le retribuzioni via jobs act (la cosa che i miei amici "de sinistra" non capivano), cioè distrutta la domanda interna, e in un clima generalizzato di revisione al ribasso delle stime di crescita mondiale, era piuttosto difficile che si potessero avere sorprese positive.

Concludevo che nel secondo trimestre il PIL non sarebbe cresciuto (cioè che saremmo stati vicini al limite superiore della previsione intervallare fornita dal semplice modello stimato).

Nel post scorso un sedicente filosofo (dotato al più di laurea triennale, cioè di niente, se i dati riferiti alla sua condizione anagrafica sono corretti, come del resto la sua condizione ortografica rilevava), che spero fosse in realtà un troll al servizio di Sensi (come vedete, io amo l'umanità e voglio credere in lei), articolava una sconclusionata e ripetitiva supercazzola dicendo che lui, senza volersi dare una preparazione tecnica specifica in statistica matematica, statistica economica ed econometria, voleva però decidere con la sua testa "chi ha ragione chi ha torto" fra me e i giornali, i quali davano una previsione puntuale fra 0.1% e 0.2% (attenzione: questo non è un intervallo: sono due previsioni puntuali di due fonti diverse. Nessuna fonte "autorevole" dà un intervallo di confidenza, come dovrebbe fare chi è intellettualmente onesto, e questo però per un buon motivo: perché i politici non lo capirebbero - vedi sopra...).

Questa osservazione non aveva senso a diversi livelli.

Intanto, è chiaro che la pretesa di "capire con la propria testa" come si costruisce un intervallo di confidenza della proiezione, o cosa sia un indicatore anticipante, quando dopo una laurea umanistica non si è nemmeno riusciti a interiorizzare le regole della punteggiatura, è lievemente far-fetched. Attenzione: questa non è una osservazione egotista o soggettiva, come l'hanno interpretata i soliti buonisti imbecilli di passaggio. Al contrario, è un'osservazione che ha un significato politico cruciale. La filosofia dell'"ascolto tutti e decido con la mia testa" è il duale del fallimento pilotato dei corpi intermedi: partiti, sindacati, intellettuali. Il loro commissario liquidatore è stato, qui da noi, la filosofia fascista dell'europeismo, nella sua connotazione ordoliberista. Adottando, a due decenni dal suo conclamato fallimento scientifico, la filosofia politica secondo cui l'economia deve essere gestita da regole, l'eurofascismo ha negato legittimità al conflitto sociale (perché tanto gli interessi "legittimi" sono tutelati dalle regole "giuste" - senza che nessuno intervenga a chiedersi chi ha stabilito queste regole...), obliterando così il ruolo degli organismi che partecipavano a questo conflitto: appunto i partiti, i sindacati, ecc. Questi organismi avevano, a modo loro (evidentemente imperfetto), anche il ruolo di mediare fra il cittadino-elettore-iscritto e la realtà, di proporre letture del reale, cui era evidentemente possibile aderire o meno, ma il cui il vantaggio era quello di essere il risultato di una elaborazione ideologica dotata di un minimo di coerenza interna e affidata (ai bei tempi) a intellettuali che la producevano dibattendo fra loro e con i corpi sociali.

Tutto questo non esiste più.

A sostituirlo, è intervenuta la filosofia pesantemente regressiva dell'"ascolto tutti e decido con la mia testa", che è evidentemente la legittimazione "democratica" dell'oligarchia. Il motivo è semplice: decidere "con la propria testa", in assenza di strumenti critici propri, o di un vaglio critico dei corpi intermedi, significa semplicemente dar retta a chi ha più soldi da spendere in propaganda. Punto.

Qui si arriva al secondo motivo per il quale le osservazioni del gentile amico erano totalmente sconclusionate (tali da poter essere attribuite solo a un troll molto furbo, o a un lettore molto ingenuo): così come non possiamo dividere mele per pere, non ha alcun senso mettere a confronto il lavoro di informazione fatto in questo e altri blog con il lavoro dei giornalisti. A questi va ovviamente il nostro rispetto umano di default, ma dobbiamo riconoscere (e lo ha fatto puntualmente il gran gastaldo di Giovinia, il giovine Baroni) che il loro lavoro è un altro: è fare propaganda, come ricordavo due giorni or sono sul Fatto Quotidiano, citando l'interessante e documentato lavoro di Luigi Zingales. Voler "decidere con la propria testa" se "la ragione" è dalla parte di un ricercatore indipendente o di un organo di propaganda non ha evidentemente senso, a prescindere dal fatto che uno voglia dotarsi o meno di strumenti critici per farlo (cosa che presuppone un percorso di studi piuttosto articolato).

Il mio educated guess è che il giovane ingenuo non fosse né giovane, né ingenuo. Siamo sotto elezioni, e quindi vi invito a stare molto attenti.

Sia come sia, anche da queste osservazioni sconclusionate è nato un fiorellino: vi ho fatto vedere come si valuta la bontà di un modello previsionale, simulando l'utilizzo del modello che avevo elaborato per prevedere il PIL trimestrale un trimestre in avanti per tutto il periodo del governo Renzi. La performance del modello era buona, ma verso la fine i valori storici si accostavano al limite superiore dell'intervallo di confidenza.

Io restavo del mio parere che il PIL non sarebbe cresciuto.

Oggi è uscito il dato: il PIL non è cresciuto, e, come vi dicevo, la variazione annuale acquisita per quest'anno è, ancora una volta, 0.6%.

Quindi avevo ragione, ma questo non fa notizia per due motivi: primo, perché capita spesso, e secondo perché è del tutto irrilevante ai fini dei problemi che ci opprimono, problemi che sono sostanzialmente di ordine politico.

Non serve a nulla aver ragione se i politici non hanno le palle per fare una scommessa, come quella che ho fatto due giorni fa (e non la fanno anche perché continuano a circondarsi di "esperti" risibili, anziché isolarli politicamente nel dibattito).

Non serve a nulla avere ragione se gli elettori non capiscono la differenza fra un organo di propaganda e una stima statistica (e non la capiscono perché vengono sapientemente insufflati dall'ideologia fascista del "decido con la mia testa").

Non serve a nulla avere ragione se il processo democratico è pesantemente inquinato da un sistema dell'informazione asservito a (legittimi) interessi particolari (interessi legittimi che diventano pericolosi quando sono gli unici a essere rappresentati nel dibattito).

Però mandare a stendere l'indicatore PMI è comunque un QED, e una soddisfazione, anche se, valutandola correttamente, resta una soddisfazione ben misera: perché mai dei purchasing manager euristi e che si "documentano" su Repubblica o sul Sole 24 Ore dovrebbero fare previsioni migliori di un qualsiasi laureato con Francesco Carlucci?

Parafrasando una frase forse apocrifa di Golda Meir: "O giornalisti, noi vi potremo perdonare di aver ucciso la nostra democrazia, ma non vi potremo mai perdonare di averci costretto a sparare sulle vostre ambulanze".